
di Irene Soave
Il governo vuole l’adesione, ma pesa il duello sulla pesca
DALLA NOSTRA INVIATA
REYKJAVIK (ISLANDA) – Una signora sola, in abito da mattina e scarpe comode, attraversa la hall dell’hotel The Edition, il più lussuoso di Reykjavik, di fronte all’inconfondibile palazzo dei concerti Harpa disegnato da Olafur Eliasson. Esce insieme a varie altre da una conferenza sulla letteratura islandese. Stringe un paio di mani, saluta, sale in una berlina normale. «Vede? Ursula von der Leyen mica sarebbe così accessibile», commenta un’altra, nella hall.
Il paragone ha senso: la signora in tailleur e senza scorta era Halla Tómasdóttir, la presidente della Repubblica. «Noi islandesi siamo pochi, conosciamo chi ci governa. Nella Ue ci perderemmo». Super partes come il ruolo vuole, Tómasdóttir non ha detto cosa avrebbe votato al referendum; la signora che l’ha riconosciuta, invece, voterà no.
Mesi di dibattiti, tredici anni dalla sospensione dei negoziati con Bruxelles, e ieri il referendum tanto atteso. Il quesito è chiaro: «L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati per l’accesso all’Unione Europea?». E «no», seppur di pochissimo, sembra a spoglio ancora in corso una risposta che qui è forte e chiara. Alla chiusura delle urne, l’ultimo sondaggio Gallup dava




