Se la guerra in Iran doveva mettere in ginocchio l’economia mondiale, per adesso i suoi effetti su quella americana sono quasi invisibili. Le imprese Usa continuano nell’insieme ad annunciare risultati positivi, i profitti in molti settori aumentano. E non si tratta dei «profittatori della guerra». L’industria degli armamenti di sicuro conosce una stagione di forte crescita ma rappresenta una componente assai modesta dell’economia americana: gli Stati Uniti sono ben lungi dall’avvicinare quel 5% di Pil per la difesa che Donald Trump ha preteso dagli alleati Nato. Un settore che non pesa neppure un ventesimo dell’economia nazionale non può esserne il motore trainante.
Tra i «profittatori della guerra», semmai, è più consistente il peso del settore energetico. Ma la stagione positiva dei risultati aziendali include un ventaglio molto più largo e diversificato, a cominciare dai soliti noti: Big Tech.
Vanno bene pure certi settori tradizionali dei consumi. Non mancano i perdenti, sicché comincia a farsi strada l’idea che «l’economia a forma di K» stia diventando una metafora utile anche per descrivere le dinamiche del capitalismo, non solo i redditi delle famiglie e i consumi.
La lettera K, fin dai tempi della pandemia, fu usata per raffigurare geometricamente un’America dove




