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Legge elettorale, una vittoria condizionata da Consulta e polemiche

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di Massimo Franco

Averlo voluto senza confronto con le opposizioni non è stata è stata una buona idea, perché le regole andrebbero scritte insieme

L’enfasi con la quale la maggioranza saluta la riforma elettorale va capita. È arrivata dopo giorni in cui si temevano defezioni trasversali nella coalizione di governo, dopo la bocciatura delle preferenze del luglio scorso: tanto che alcuni parlamentari di FdI avevano il compito di tenere sotto controllo i propri eletti perché la votassero. In più, per Antonio Tajani di FI e Matteo Salvini della Lega, il «sì» senza franchi tiratori era il modo per smentire la vulgata di due leadership indebolite; e per la premier Giorgia Meloni di accreditare una coalizione compatta.

C’era dunque soddisfazione mescolata a una buona dose di sollievo per il pericolo scampato: quello di subire una bocciatura che avrebbe significato andare alle urne con una maggioranza in brandelli. Il resto è schiuma elettorale, alla quale né governo né opposizioni sono riusciti a dare dignità di dibattito politico. Ci si è limitati a una bagarre polemica, che si conferma come la colonna sonora di qui alle prossime elezioni. Si prosegue lungo una strada di provocazioni reciproche che sono pessimi presagi:

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