
L’inchiesta sui medici No Cpr di Ravenna fa emergere una rete su scala nazionale. Oltre 60 certificati emessi dagli otto infettivologi indagati soltanto a Ravenna. Ma il fortino romagnolo era solo una bandierina su una mappa molto più grande, quella della campagna per i medici «sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr» messa su dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, una realtà, quest’ultima, che nel 2018 è stata ricoperta d’oro dalla fondazione Open Society di George Soros con una donazione da oltre 385.000 euro, e dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm). Uno degli uomini che quella rete l’ha costruita e alimentata è Nicola Cocco, l’infettivologo con un curriculum costruito tra medicina umanitaria, carceri e organizzazioni internazionali. Pubblicamente ne ha anche rivendicato i confini: oltre 1.000 medici contattati in tutta Italia, tra 120 e 140 sanitari certificatori coinvolti, circa 230-250 attestazioni di non idoneità riconducibili alla mobilitazione contro i Cpr. Quasi una su quattro, facendo i conti sui numeri forniti dallo stesso Cocco, arriva quindi da Ravenna.
L’armata di certificatori, però, è ampia. Ed è diffusa in tutta Italia. Gli appigli investigativi emersi da una chat in particolare, denominata «Giovani e romagnoli», hanno permesso alla




