Una lettura dei principali media dell’area mediorientale è istruttiva: quasi tutti, in Israele e nelle monarchie del Golfo presentano il possibile accordo come una pausa tattica più che una pace. La parola più usata dagli analisti mediorientali non è “settlement” ma “freeze”: non un nuovo assetto, bensì un congelamento. Nessuno crede davvero che il contenzioso strategico sia risolto.
La stampa israeliana è quella che manifesta il maggiore scetticismo. I quotidiani vicini alla sicurezza nazionale, dal Jerusalem Post fino agli editorialisti di Haaretz e Yedioth Ahronoth, insistono su un punto: Netanyahu avrebbe accettato la tregua solo perché gli Stati Uniti non intendono prolungare la guerra. La convinzione prevalente negli ambienti israeliani è che Trump abbia raggiunto il limite politico interno della sua operazione militare. I sondaggi americani mostrano un’opinione pubblica ostile alla prosecuzione del conflitto, e questo ha pesato sulla Casa Bianca.
In Israele, invece, una parte consistente dell’establishment ritiene che l’Iran sia stato colpito duramente ma non definitivamente neutralizzato. Gli analisti vicini ai servizi israeliani ricordano che Teheran conserva ancora una parte importante del proprio arsenale missilistico, delle infrastrutture sotterranee e soprattutto della capacità industriale di rigenerare il programma nucleare. Alcuni esperti israeliani fanno un paragone con Saddam




