
Correnti, spartizioni, errori… Dopo lo stop referendario alla riforma della giustizia i giudici perseverano nell’esercizio autonomo del loro potere. E già fremono per le elezioni di fine ottobre, quando sceglieranno 20 componenti togati del Csm…
Vendetta, tremenda vendetta. «Dopo il referendum, faremo i conti» aveva ruggito Nicola Gratteri, alfiere dello stentoreo diniego alla riforma della giustizia. Ha cavallerescamente deposto le armi. Inutile infierire. Tutto è perdonato. La magistratura, incassata quella straripante vittoria, sembra più potente di prima. Le correnti continuano a spadroneggiare. Gli errori giudiziari proseguono impuniti. E ogni proposito riformista del governo viene accantonato, temendo ulteriori disfatte.
L’invincibile casta dei togati è arrembante come mai. Tra qualche settimana si voterà per scegliere venti componenti del Csm, uscito clamorosamente indenne da scandali e inchieste sul mercato delle nomine. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato le elezioni per il 25 e 26 ottobre 2026. I gattopardi fremono. Il prossimo Consiglio superiore si occuperà di decisive nomine: dai procuratori di Milano e Napoli ai capi di antimafia e antiterrorismo.
Il voto d’autunno al Csm e l’assalto alle procure chiave
S’annunciava un epico rinnovamento. Invece, le agguerrite cordate preparerebbero l’ennesima spartizione. «Con la vittoria del No al referendum, hanno ancora



