
di Paolo Mereghetti
Il regista Giovanni Veronesi attraverso l’Inquisizione riflette sulla comicità e il valore della coerenza
Perché ridere fa paura? La domanda che il nuovo film di Giovanni Veronesi, Dio ride, ci rivolge è proprio questa: perché dovremmo temere chi usa la comicità per farsi capire, per aiutarci a conoscere temi e verità che altrimenti potrebbero spaventarci o sembrare troppo distanti?
La prima risposta è quasi automatica: Giovanni Veronesi ha sempre fatto film che usavano il sorriso e qualche volta la comicità per arrivare al pubblico (e farci piacere i suoi film).
Così vien da pensare che lo scopo di quest’ultima regia, che «scomoda» addirittura Dio, è quello di chi vuole difendere la propria scelta di campo e trasforma tutto in commedia, dall’epica dei tre moschettieri al ritratto del carattere nazionale fino alle rivendicazioni femminili per una vera parità.
Eppure c’è qualcosa di più e di meglio nel film, perché altrimenti non avrebbe fatto ricorso a frate Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) né l’avrebbe ambientato a metà del Seicento, quando l’Inquisizione si incaricava di far rigare dritto le persone.
Dio ride inizia nel 1652, mentre impazza la peste in Umbria, da cui fugge frate




