C’è una scena che si ripete in tutte le grandi crisi contemporanee. Accade ogni volta che un conflitto regionale smette di essere «locale» e si trasforma in uno shock globale. Le telecamere si concentrano sui bombardamenti, sui missili, sui leader politici. Poi, qualche settimana più tardi, l’attenzione si sposta altrove: sui prezzi dell’energia, sulle merci che non arrivano, sulle catene produttive inceppate, sui container fermi nei porti. È allora che il mondo riscopre una verità dimenticata: la globalizzazione non vive nel cloud, ma sul mare.
La guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran ha avuto anche questo effetto. Ha mostrato quanto l’economia mondiale dipenda ancora da una infrastruttura marittima costruita in un’altra epoca, concepita per rischi diversi, e ormai sempre meno adeguata a un mondo dominato da rivalità geopolitiche, guerre commerciali, cyberattacchi e cambiamenti climatici. Quattro quinti del commercio mondiale viaggiano ancora via mare. È la circolazione sanguigna dell’economia globale. Ma quel sistema mostra segni di fatica sempre più evidenti.
Per decenni la globalizzazione ha funzionato grazie a un presupposto implicito: che gli oceani fossero uno spazio relativamente sicuro, aperto, regolato da norme condivise e protetto dalla supremazia navale americana. Quel mondo si sta sgretolando. Le grandi rotte




