
di Davide Frattini
Il generale (Eisenkot), il colono (Lieberman), i due ex premier (Lapid e Bennet) e il pacifista (Golan)
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – I biscotti e le noccioline, il caffè in polvere troppo allungato e i cioccolatini. I cinque uomini sono in maglietta, un sabato sera normale giù nella tavernetta, sorridono perché c’è bisogno che quella foto scattata dalla moglie del padrone di casa trasmetta concordia. La politica israeliana è fatta di baruffe costanti e Yair Lapid — che ha convocato la riunione nella villetta a nord di Tel Aviv — sta cercando di ripetere il colpo riuscitogli nel 2021, quando aveva scalzato Benjamin Netanyahu dal potere. Non era successo prima (dal 2009) e non è più successo dopo.
Allora doveva andare d’accordo con Naftali Bennett — ed erano così affiatati che gli israeliani scherzavano sul «bromance» — adesso deve mettere d’accordo ego, stili, ideologie differenti: la compatta determinazione dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, gli stratagemmi scaltri di Avigdor Lieberman, il candore astuto di Yair Golan. Come cinque anni fa Lapid è pronto a farsi da parte, non gli interessa per ora diventare primo ministro, gli interessa che primo ministro non sia più Netanyahu.




