
Navi della Guardia costiera cinese aprono il fuoco con idranti ad alta pressione su due imbarcazioni filippine: il getto d’acqua frantuma i vetri delle cabine di pilotaggio della prima e abbatte l’antenna del sistema di comunicazione satellitare e il radar di navigazione della seconda, rendendola cieca alla navigazione. Le vittime dell’attacco, avvenuto lo scorso inverno, erano impegnate in una missione per rifornire di acqua, carburante e viveri i soldati filippini stanziati in un avamposto militare sull’atollo di Second Thomas Shoal, a quasi duecento chilometri dalla terraferma, ricavato da una vecchia nave da sbarco arenata.
È solo un episodio, ma ben esemplificativo, del conflitto che la Cina alimenta ogni giorno per dominare lo specchio d’acqua prospiciente alle sue coste meridionali. Pechino rivendica infatti il controllo del 90% della sua superficie, a scapito dei dirimpettai filippini, vietnamiti, malesi e del Brunei, violandone le rispettive Zone economiche esclusive. Poco importa che già dieci anni fa un arbitrato internazionale alla corte dell’Aia abbia dato torto alle rivendicazioni cinesi. Le forze della Repubblica popolare impongono la propria egemonia marittima sul campo, per mare e per terra, suscitando la reazione uguale e contraria dei suoi avversari regionali.
Lo scontro si è mantenuto, finora, nella zona grigia




