Home / Cronache / La cameretta è la mia prigione. Quando i figli diventano «hikikomori»

La cameretta è la mia prigione. Quando i figli diventano «hikikomori»

image

Sono gli hikikomori, termine coniato alla fine degli anni Novanta dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito, che significa stare in disparte, allontanarsi. Indica un ritiro sociale estremo e prolungato, oltre i sei mesi, il buio che cala sulla vita di molti adolescenti. All’inizio il fenomeno ha colpito perlopiù i maschi, ora raggiunti anche dalle femmine. Ragazzi che scelgono volontariamente, questa è la parola che fa rabbrividire, di rinchiudersi dentro le loro camere. In uno spazio di vuoto, di assoluta solitudine, dove smettere di combattere. Tapparelle abbassate, cuffie nelle orecchie, il vassoio del cibo lasciato fuori dalla stanza a terra. Il corpo non lavato, nascosto. Il mondo esterno che ti fa schifo, mentre tua madre batte incessantemente alla porta chiusa. Senza ricevere una risposta per anni. Alcuni genitori, nelle interviste fatte da Panorama, si sono spinti a dichiarare: «È un dolore indicibile, incomprensibile per chi non lo prova, difficile da spiegare. A volte pensiamo che vivere così sia peggio di avere un figlio morto».

L’età di esordio si è abbassata, ci sono anche preadolescenti, undici, dodici anni. Invertono il ritmo circadiano, dormendo di giorno e stando svegli la notte attaccati al computer, non riuscendo più a seguire la scuola. Un fenomeno che

Continua a leggere questo articolo qui

Tagged: