
di Federico Rampini
Molte profezie di allora non si sono avverate. Il cuore del capitalismo globale ha continuato a battere. Gli effetti geopolitici furono enormi, quelli economici no
Prima ci furono orrore, angoscia e sgomento. Era passato poco tempo, quando dalle finestre dei miei vicini di casa sventolarono le bandiere a stelle e strisce. L’11 settembre 2001 abitavo già in America, allora sull’altra costa, a San Francisco: città ribelle, trasgressiva, di estrema sinistra. Non sospettavo che tanti suoi abitanti custodissero in casa la bandiera nazionale. Non avevano votato Bush, lo odiavano. Ma la reazione immediata fu la solidarietà, l’unità nazionale, un patriottismo profondo nel momento del dolore. La nazione colpita a morte diventava la nazione di tutti. Non durò in eterno, di sicuro quella coesione non superò la prova del 2003: l’invasione dell’Iraq, le bugie sulle armi di Saddam Hussein. L’America tornò a dividersi, San Francisco fu una delle tante città solcate dai cortei pacifisti.
Il clan Bin Laden a Washington
Alcune polemiche erano cominciate ancora prima. Il 12 settembre 2001 avrei dovuto essere proprio al World Trade Center di New York, per partecipare a un convegno del settimanale The Economist insieme a Carlo De Benedetti, allora editore




