
Allo stadio di Los Angeles si verifica ciò che Taremi e compagni temevano e che la Fifa aveva tentato di stoppare in tempo, ovvero l’invasione sugli spalti delle bandiere dell’Iran pre rivoluzione islamica, quelle cioè col sole e il leone. Non solo applausi, ma anche fischi, per i giocatori durante il riscaldamento
Neda ha una dote particolare, chissà se gli arriva dall’antica fibra persiana: riesce a urlare rabbia e dolore senza spegnersi o abbassare il volume. Lo fa per ore, anzi per giorni. Questa studentessa 22enne di Ucla ha strillato davanti al Carson Park, casa dei Galaxy e un tempo di Ibra e Beckham, dove l’Iran ha potuto finalmente allenarsi per la rifinitura sul suolo del nemico americano. Si è ripetuta durante la notte sotto l’albergone nell’elegante Manhattan Beach, zona di shopping e ristoranti alla moda, trasformato in fortino da agenti e droni americani. “Molti miei parenti in Iran hanno partecipato alle proteste. Alcuni hanno avuto problemi seri. Penso prima a loro che al risultato della partita…”, racconta Neda. Non poteva che tornare anche qui anche lei, nello spiazzo davanti al SoFi Stadium, come sempre riempito di poliziotti: l’immensa comunità iraniana si è, infatti, data appuntamento per una giornata




