di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Come spiega Gianluca Massini Rosati nel suo libro pubblicato da Sperling&Kupfer, l’AI può ridurre errori e guidare le scelte fiscali. Ma senza metodo e controllo umano, il rischio è pagare più del dovuto
Da qualche tempo, nelle aziende italiane si sta facendo strada un’idea tanto seducente quanto rischiosa: affidare all’intelligenza artificiale quello che per anni si è delegato — spesso con crescente insofferenza — al commercialista. Il ragionamento, in apparenza, non fa una piega. Se una macchina è in grado di scrivere contratti, sintetizzare bilanci e rispondere a domande complesse in pochi secondi, perché non dovrebbe anche ottimizzare il carico fiscale?
La risposta breve è: perché non è fatta per quello. La risposta lunga è contenuta nel libro di Gianluca Massini Rosati (Intelligenza ArtiFiscale, edito per i tipi di Sperling&Kupfer), che ha il merito raro di entrare in un dibattito affollato di slogan con una posizione netta, quasi scomoda: l’intelligenza artificiale, nel fisco, è più pericolosa di quanto sembri e più utile di quanto si creda, a patto di usarla contro la propria pigrizia e non al posto della propria testa. Perché il punto non è che l’AI sbagli. Il punto è come sbaglia.
L’errore perfetto: plausibile,




