di Daniele Manca e Gianmario Verona
Secondo uno studio di Google, l’80% degli scienziati usa l’Ai e risparmia circa sette ore di lavoro alla settimana. Tra nuove opportunità, rischi per l’originalità e interrogativi etici, cambia il modo di fare scienza
L’esempio che fa Sam Wickley, ricercatore che cura la parte scientifica dell’Economist è semplice quanto illuminante. Una macchina che solleva pesi sempre maggiori non rende le persone che la utilizzano più forti e in grado di fare altrettanto. Ed è per questo che ha dedicato la sua rubrica nella seconda settimana di ottobre alla domanda relativa a quanto l’intelligenza artificiale agevoli o ostacoli la scienza. La domanda è non solo lecita ma dovuta. Il potenziale trasformativo dell’Ai è ormai innegabile. Che arrivi a modificare anche i processi scientifici, la ricerca, fa comprendere quanto sia aumentata la sua pervasività. Ma seguirne le tracce in un campo così decisivo può far comprendere come poter maneggiare non solo le applicazioni e l’utilizzo ma anche le conseguenze.
Quando Erik Schmidt, ex ceo di Alphabet e attualmente filantropo e divulgatore scientifico, poco dopo l’uscita di ChatGpt aveva annunciato che la scienza sarebbe cambiata radicalmente, ci aveva preso bene!
Non a caso di questo




