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Il voto in Israele, l’ascesa dei partiti arabi: «Un’emozione enorme sapere che contiamo»

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di Greta Privitera

Passano da 10 a 18 seggi: possono essere l’ago della bilancia

DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – L’ultimo manifesto del Likud, prima di entrare a Kfar Qasim, mette in fila i nemici. Erdogan, Naim Qassem di Hezbollah, l’iraniano Mojtaba Khamenei, Abu Mazen, il sindaco di New York Zohran Mamdani. «Loro vogliono che Netanyahu perda. Non lasciateli vincere». Poi la strada piega e Bibi sparisce. 

Sui muri compaiono Mansour Abbas, i volti della Lista unita e, unico ebreo, Yair Golan. Il fronte dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot ha chiuso la notte con 52 seggi. Ne servono 61 per governare, e i 9 che mancano potrebbe doverli cercare in queste città che ha tenuto lontane, promettendo che con i partiti arabi non avrebbe mai governato.

Kfar Qasim è Israele, ma sembra Nablus, Ramallah. Le case di pietra chiara si arrampicano una sull’altra, le donne passano velate agli incroci e dalle pasticcerie esce l’odore dolce del knafeh. È la punta sud del Triangolo, la fascia di città arabe lungo la Linea verde. I Territori sono a un passo, separati soltanto da Oranit, colonia nata sulle terre palestinesi di Azzun Atma.

Gli arabi israeliani sono il 20

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