
di Davide Frattini
Ha votato il 77,7% degli aventi diritto. I serpentoni hanno mostrato le differenze nella società, le tante «tribù di Israele»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – Fino all’ultima persona in fila. La legge israeliana garantisce che chi si presenta al seggio per le 21.59 (un minuto prima della chiusura, ora locale) ha diritto di votare. Al buio fuori dalle scuole le code sono rimaste lunghissime, in una rincorsa tra i partiti a spingere i sostenitori a presentarsi.
Il più esagitato è stato Benjamin Netanyahu: il primo ministro ha incalzato incessante i fedelissimi della destra a uscire o a lasciare la spiaggia, come li ha incitati Itamar Ben-Gvir, il ministro per la Sicurezza nazionale e leader dei coloni, tra i palazzoni sulla costa a Bat-Yam, sud di Tel Aviv.
Gli israeliani non avevano bisogno di essere convinti. A mezzogiorno l’affluenza era la più alta dal 1973: 53 anni fa le urne erano state aperte il 31 di dicembre, le elezioni erano previste per il 30 ottobre ma erano state rinviate a causa della guerra di Yom Kippur. Alla fine ha raggiunto il 77,7 per cento, oltre 7 punti rispetto a quella di quattro anni fa.
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