
di Aldo Grasso
La tv aveva già inventato l’intellettuale-personaggio; il teatro gli offre qualcosa di più: la platea pagante, il buio in sala, il silenzio prima della battuta, gli applausi
C’è stato un tempo in cui gli intellettuali scrivevano libri, i giornalisti articoli, gli psicoanalisti ascoltavano pazienti. Adesso, se possibile, fanno anche tournée. Il sapere ha scoperto il palcoscenico e, insieme con il palcoscenico, ha scoperto una cosa piuttosto piacevole: l’applauso.
Sei felice?, lo spettacolo di Paolo Crepet, è un caso esemplare (La7). Un’ora e quaranta di invettive sull’educazione, sui genitori troppo protettivi, sui figli schermati dalle difficoltà, sulla solitudine digitale, sull’appiattimento delle emozioni.
Crepet parla, provoca, interroga la platea, la rimprovera persino. La domanda, allora, non riguarda tanto Crepet quanto il genere. Quanto c’è di divulgazione e quanto di spettacolo? E, soprattutto, quanto di spettacolo e quanto di narcisismo?
Il fenomeno non è nuovo. Negli ultimi decenni il palco è diventato il luogo naturale di una nuova figura: l’intellettuale-performer. Massimo Recalcati porta la psicoanalisi nella forma della lectio, trasformando concetti, miti e figure dell’inconscio in un incontro pubblico; oggi le sue esibizioni sono esplicitamente presentate come «incontri-spettacolo».
Roberto Saviano ha fatto del monologo civile




