
di Guido Olimpio
I report ridimensionano gli obiettivi raggiunti dagli Usa in Iran, nonostante l’intelligence sia a guida trumpiana
Donald Trump ha un fronte speciale: quello dell’intelligence. Ad ogni annuncio trionfale del presidente sulla guerra contro l’Iran seguono report che ne degradano il valore.
In un paio di giorni funzionari degli apparati hanno fatto uscire le loro valutazioni sull’andamento di Epic Fury. Fonti citate dalla Reuters hanno sostenuto che i raid non hanno danneggiato in modo definitivo i siti nucleari e per questo Teheran potrebbe arrivare alla Bomba entro un anno. Scadenza ripetuta, a volte accolta con scetticismo. Giovedì è stato il Washington Post a raccogliere altre confidenze: la Repubblica islamica è in grado di sostenere il blocco di Hormuz per tre-quattro mesi, inoltre ha ancora il 75% dei lanciatori e il 70% dei missili. Gli analisti non negano l’impatto di settimane di strike su basi e infrastrutture del regime ma insistono sulle capacità di tenuta almeno nel medio termine.
Le spie sembrano voler correggere l’enfasi di The Donald e del segretario alla Guerra Pete Hegseth nel descrivere i risultati dell’offensiva scatenata al fianco di Israele. Possono essere stime ancorate a dati concreti, emersi dallo




