
di Giovanni Bianconi
Martedì la Cassazione decide su Cortese e altri quattro
Dopo quattro sentenze disseminate negli anni, martedì 20 ottobre il «caso Shalabayeva» torna davanti alla Corte di cassazione per un nuovo verdetto: cinque funzionari della polizia di Stato condannati nell’appello-bis (seguito a un giudizio di colpevolezza in primo grado, l’assoluzione in secondo e l’annullamento in Cassazione) chiedono che la Corte suprema bocci l’esito di quel processo. Se necessario ordinandone un altro, ad oltre tredici anni dai fatti.
L’accusa, sempre respinta, è il sequestro di persona nei confronti di Alma Shalabayeva, moglie dell’ex ministro del Kazakistan ed ex banchiere Mukthar Ablyazov che nel 2013 era inseguito da un mandato d’arresto emesso dall’autorità giudiziaria del suo Paese, dopo essere diventato esponente dell’opposizione. Il più noto dei poliziotti coinvolti è Renato Cortese, all’epoca dirigente della Squadra mobile di Roma, poi divenuto capo del Servizio centrale operativo, questore di Palermo e attualmente — nominato prefetto — direttore centrale delle cosiddette «specialità». In precedenza, da stimato investigatore antimafia, aveva coordinato la cattura di boss di prim’ordine, fino a Bernardo Provenzano nel 2006, mettendo fine a una latitanza durata 43 anni, la più lunga nella storia di Cosa nostra.




