Ci sono vite che, dopo la morte, vengono imprigionate dal racconto che le ha rese celebri. Amy Winehouse è una di queste. «Amy Winehouse – Anima ribelle» non prova a riscrivere la sua storia né ad alimentare la leggenda della rockstar maledetta. Compie un’operazione più ambiziosa: liberarla dall’immagine che per anni l’ha soffocata, quella dell’eyeliner sbavato, del bicchiere sempre in mano, del talento consumato dall’autodistruzione.
Il titolo originale, «Reclaiming Amy», è molto più eloquente di quello italiano. «Riprendersi Amy»: è questo il gesto che compiono la madre Janis, il padre Mitch e gli amici più stretti nel documentario diretto da Marina Parker per la BBC, proposto da Sky Arte. Non è un’inchiesta, ma una memoria familiare. Un controcampo rispetto al racconto costruito dai tabloid, dove ogni caduta valeva più di una canzone e ogni crisi diventava spettacolo.
La scelta narrativa è tanto semplice quanto efficace. Parker rinuncia alla rivelazione sensazionale e lascia parlare chi Amy l’ha conosciuta davvero. Janis è affetta da sclerosi multipla e spaventata dall’idea che la malattia possa cancellare anche il ricordo della figlia: la sua voce diventa il filo conduttore del racconto. Non cerca assoluzioni né nuovi colpevoli: prova a restituire complessità.
Amy non è una santa, né un’eroina




