
di Marta Serafini
il premier israeliano tira dritto, confermando una frattura già profonda con l’alleato americano
DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME – «Chiamerò subito Bibi e gli dirò di non reagire». Non basta che a chiederglielo sia l’amico Donald, Bibi tira dritto confermando una frattura ormai già profonda con l’alleato statunitense. La richiesta di Trump ha messo Netanyahu di fronte a un bivio politico e strategico. Da una parte, cedere alla pressione della Casa Bianca e rinunciare alla rappresaglia, con il rischio di compromettere la deterrenza israeliana nei confronti di un’Iran rafforzato e soddisfatto, trasmettendo nella regione un’immagine di debolezza e dipendenza. Dall’altra, sfidare apertamente il presidente americano e imboccare la strada di un’escalation potenzialmente incontrollabile, con la prospettiva per Israele di ritrovarsi isolato.
Netanyahu ha davanti un presidente che, secondo diverse ricostruzioni, non avrebbe nemmeno smentito di averlo definito «fottutamente pazzo» nei giorni scorsi, aggiungendo che tutti odiano lui e odiano Israele. Ha davanti soprattutto un presidente le cui priorità di politica interna rendono politicamente tossica qualsiasi nuova escalation regionale. E ha davanti un leader visibilmente irritato.
Mr Sicurezza — così viene chiamato in patria il premier israeliano — arriva a questo passaggio in una condizione




