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Hormuz, la battaglia navale nel Golfo: droni, barchini e razzi iraniani ben nascosti mandano in tilt i comandi Usa

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di Lorenzo Cremonesi

Tra droni, barchini e razzi, la guerra asimmetrica dello Stretto costringe i comandi statunitensi a inventare nuove tattiche per individuare e attaccare un nemico più debole, ma agile, e nascosto tra mare e terra

Per comprendere la sfida per il controllo dello Stretto di Hormuz aiuta una sguardo alle carte geografiche. Nel suo punto più stretto il corridoio d’acqua misura circa 35 chilometri e per almeno una cinquantina di lunghezza le petroliere e le grandi navi cargo hanno pochissimo spazio di manovra. Lo stesso vale per le unità da battaglia, anche quelle americane, che, pur se super difese dal meglio delle tecnologie belliche d’avanguardia, devono comunque dribblare tra i bassi fondali, le isole e gli isolotti sia lungo le coste iraniane che dell’Oman. I militari iraniani e soprattutto le unità scelte dei pasdaran, motivate dallo spirito di sacrificio totale della rivoluzione islamica sciita, per cui è considerata un’onta personale non morire da martire nel fuoco dello scontro col nemico «infedele», dispongono di armi poco sofisticate ma letali per imporre il loro diktat.

Prima di tutto i droni aerei, che servono sia per osservare i movimenti del nemico ma soprattutto sono utili per colpire. Sono

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