
Due mesi dopo aver conquistato l’Oro nella crono ad Atlanta, re Miguel scese definitivamente dalla bici alla Vuelta, ai piedi dei Lagos de Covadonga
Un pomeriggio di trent’anni fa, il 6 luglio 1996, la Spagna era deserta: erano tutti davanti ai televisori a guardare la settima tappa del Tour de France. Era il primo giorno di alta montagna, 200 chilometri da Chambéry a Les Arcs, con La Madeleine, il Cormet de Roselend e l’ascesa finale. Una di quelle tappe in cui eri orgoglioso soltanto per il fatto di essere nato nello stesso paese di Miguel Indurain. Aveva vinto gli ultimi cinque Tour de France di fila, non c’era niente che facesse sentire gli spagnoli meglio di così. La corsa era partita dall’Olanda, e Indurain era chiaramente il favorito: ai primi di giugno aveva vinto il Delfinato, battendo lo svizzero Tony Rominger e il francese Richard Virenque. Quel giorno sulle Alpi avrebbe sferrato un colpo decisivo, lo sapevano tutti. Eppure. A tre chilometri da Les Arcs, in Savoia, il destino cambiò improvvisamente traiettoria. Gli spagnoli non potevano immaginare che si sarebbero rialzati dai loro divani invecchiati di colpo. Non si ricordavano più che effetto faceva perdere.




