
Indeboliti ma ancora in grado di combattere, i miliziani sciiti continuano la resistenza. E per Bibi, il fronte nord rischia di diventare una trappola
DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME – È la fine del 2024. Israele ha messo a segno un successo clamoroso di intelligence utilizzando i pager, i cercapersone trasformati in proiettili. I leader di Hezbollah cadono uno dopo l’altro. Perfino Hassan Nasrallah, il simbolo stesso della resistenza – muqawama– l’uomo che teneva insieme guerra, politica, Iran e mito, viene ucciso. Passano pochi mesi, ed esce di scena anche Bashar Assad e il retroterra siriano che per anni aveva dato alle milizie sciite passaggi e profondità diventa off limits.
Hezbollah è debole non solo militarmente ma anche politicamente. Alla luce dell’accordo di fine 2024 iniziano i sequestri di razzi, missili e depositi ma anche arresti, perquisizioni, procedimenti. Lo Stato prova a riaffacciarsi sul terreno del monopolio della forza. Ma il problema è evidente: l’esercito libanese resta più debole di Hezbollah sia per armamenti sia per uomini – circa 75 mila soldati contro i 100 mila combattenti che Hezbollah rivendicava prima della guerra – e quindi può erodere, disturbare, limitare ma non può non imporre davvero un disarmo. Eppure un




