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Guccini: quel vocabolario da visionario, tra il dialetto e i versi di Plauto

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di Paolo Di Stefano

Il cantautore poteva essere tutto: lirico, sentimentale, politico, irridente. Disponeva di una tastiera stilistica enorme

Francesco Guccini è stato il più lirico e il più narrativo, il più impegnato e il più sentimentale, il più e il meno politico, il più e il meno realista. Il più popolare e il più colto tra i cantautori italiani. Disponeva di una tastiera stilistica enorme.

Basti pensare, rimanendo a un giro di anni molto ristretto, alla distanza che separa la ballata epica della Locomotiva dalla malinconia della Canzone della bambina portoghese o dal quadro sironiano de Il Vecchio e il Bambino.

Nella biblioteca di casa sua (nella foto in alto) non c’erano solo le poesie di Eliot, i metafisici inglesi del Seicento (di cui si era innamorato precocemente), Borges, Hemingway, a cui preferiva altri americani, Caldwell, Steinbeck, Kerouac. C’erano anche gli strumenti di studio: la grammatica storica italiana del glottologo tedesco Gerhard Rohlfs e i saggi di Giacomo Devoto. Bibliografia notevole.

Se aveva lasciato presto l’università, è anche vero che aveva fatto in tempo a seguire dei corsi di Filologia romanza, una passione che non lo aveva abbandonato neanche dopo aver imboccato la strada

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