
Il bilancio arriva a pezzi. In serata il New York Times, citando tre funzionari informati, parlerà di almeno dodici morti e cinquanta feriti. Sarebbe l’attacco più sanguinoso in un Paese arabo del Golfo da quando, a febbraio, Stati Uniti e Israele hanno cominciato a bombardare l’Iran. L’autorità saudita per l’aviazione civile ci mette ore a rompere il silenzio. Quando lo fa, ammette «un certo numero di feriti» e annuncia lo stop dei voli, in attesa di contare i danni e capire se le strutture reggono ancora. Nel frattempo, il panico ha già fatto il suo lavoro. L’aeroporto King Khalid è nel mirino da settimane, e giovedì era già stato colpito. In questi giorni i missili sono arrivati anche ad Abha, nel sud del regno. A rivendicare il disastro è Mohammed al-Bukhaiti, uno dei volti più noti della milizia. Parla di rappresaglia per i raid sauditi sullo Yemen, che secondo gli Houthi sono centinaia: «Hanno ucciso bambini e civili». E risponde con la logica del contrappasso: aeroporti, ospedali, mercati, perfino le sale dove in Yemen si celebrano matrimoni e funerali sono obiettivi civili. «Le stesse regole devono valere ovunque». Tradotto: se cadono le nostre, cadono anche le vostre.




