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Giovane e concupita, l’Africa sfrutta la rivalità tra le grandi potenze

di Federico Rampini

La narrazione pauperistica nasconde un nuovo razzismo in cui l’Occidente si considera sempre al centro del mondo

L’Africa ha una superficie superiore a Stati Uniti, Cina e India messi insieme. Comprende 54 Stati, duemila gruppi etnici, deserti e foreste tropicali, giganti demografici e piccoli arcipelaghi, monarchie, democrazie, regimi militari, economie industriali e società ancora pastorali. Parlare dell’«Africa» come di un unico Paese è il primo errore. Il secondo errore è guardarla solo attraverso le tragedie. Nei nostri notiziari compare quando ci sono guerre civili, carestie, golpe, epidemie, un barcone nel Mediterraneo, o la crisi di Ceuta. Le buone notizie non interessano. Gli eventi normali — un’elezione pacifica, un’impresa che cresce, una nuova infrastruttura, una città che si modernizza — non catturano l’attenzione occidentale. La narrazione pauperistica nasconde un nuovo razzismo. L’Occidente continua a considerarsi il centro del mondo: un tempo pretendeva di civilizzare gli altri, oggi si attribuisce la responsabilità di ogni loro disgrazia. In entrambe le versioni gli africani scompaiono. Sono ridotti a vittime infantili, incapaci di compiere scelte, provocare disastri o successi.

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