
di Filippo Mazzarella
La pellicola di Steno trasformava quella costante che è sempre stata la miseria del quotidiano in pura macchina comica
Cinquant’anni e non sentirli, si dice: e «Febbre da cavallo» di Steno, uscito nelle sale italiane il 29 ottobre 1976, è uno di quei film che non solo sembrano cristallizzati nel tempo (pur descrivendo ambienti e tipologie ormai quasi estinti), ma che per anni si sono trasformati in riti collettivi. Genuinamente irresistibile, il film fu uno dei colpi di coda della commedia all’italiana «vecchia scuola»: ché raccontava le debolezze senza montare in cattedra, celebrava i perdenti senza santificarli e soprattutto trasformava quella costante che è sempre stata la miseria del quotidiano in pura macchina comica.
Tra ippodromi, scuderie e soldi sempre inesorabilmente persi, Bruno Fioretti detto Mandrake (Gigi Proietti) e Armando Pellicci detto Er Pomata (Enrico Montesano), scommettitori cronici mai in attivo e cialtroni mai detestabili, sostituiscono il pronostico con la follia alla ricerca del colpaccio. E mentono, raggirano, coinvolgono amici e parenti in truffe e catastrofi finanziarie, convinti che la volta successiva a sarà quella buona.
Quando Gabriella (Catherine Spaak), fidanzata di Mandrake, gli affida i quattrini per una Tris che i compari ritengono impossibile,




