
di Aldo Grasso
La quinta stagione è dunque un territorio oscuro, un «dark territory» che non cerca continuamente la consolazione della fiction.
Nelle prime stagioni «Fauda» aveva qualcosa di quasi profetico: raccontava un Medio Oriente che sembrava sempre sul punto di esplodere e che, puntualmente, finiva per assomigliare alla serie (Netflix). Nella quinta stagione accade il contrario: è la realtà a irrompere nella fiction e a renderla improvvisamente più tragica, più testimoniale.
Dopo il 7 ottobre 2023, Avi Issacharoff e Lior Raz hanno riscritto la stagione per fare i conti con una ferita che non poteva più essere trattata come semplice materiale narrativo. È qui che «Fauda» cambia pelle. Doron non è più soltanto l’uomo che aggira ogni ostacolo nel territorio nemico e alla fine risolve il problema. È un uomo stanco, ferito, segnato dai traumi, dai fallimenti privati. Lior Raz lo interpreta senza concedergli l’aura del supereroe: il corpo stesso sembra portare le conseguenze di una guerra che non finisce quando termina una missione.
La quinta stagione è dunque un territorio oscuro, un «dark territory» che non cerca continuamente la consolazione della fiction. La violenza non è soltanto il carburante dell’adrenalina: lascia dietro di




