Fino a poco tempo fa il titolo di questo film era «Europa-Cina, la guerra commerciale che nessuno vuole». Ma ora la Germania ha cambiato campo, e l’Europa si prepara a un conflitto che appare inevitabile. Il conto alla rovescia è cominciato.
La svolta tedesca è determinante perché fino a ieri Berlino era il principale freno contro una politica europea più dura verso Pechino. Oggi prevale il timore opposto: non reagire all’offensiva industriale cinese può costare più caro delle eventuali rappresaglie.
È una novità che cambia gli equilibri politici e geoeconomici nell’Unione. La Germania ha la più grande base manifatturiera europea, è stata per decenni la principale beneficiaria dell’apertura cinese, ha costruito nella Repubblica Popolare fabbriche e reti commerciali gigantesche. Se Berlino passa dal fronte dei prudenti a quello di chi chiede protezione, Bruxelles può fare cose che fino a poco tempo fa sembravano politicamente impossibili.
Ursula von der Leyen ha riassunto la situazione nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre: il deficit commerciale europeo con la Cina è ormai nell’ordine di un miliardo di euro al giorno. Nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Eurostat, il passivo negli scambi di merci ha raggiunto 103 miliardi. La presidente della




