Il 15 maggio, quando l’OMS ha dato notizia di una nuova epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, con alcuni sconfinamenti in Uganda, la situazione iniziale era di 246 casi sospetti (si usa questo termine per le infezioni la cui natura non è ancora stata verificata in laboratorio), inclusi 80 decessi. Sei giorni dopo, il 21 maggio, i Ministeri della Salute dei due Stati africani hanno riportato un bilancio totale – e provvisorio – di 575 casi sospetti, dei quali solo 51 sono stati confermati, incluse 148 morti.
Le preoccupazioni degli epidemiologi sono esplicite: si teme che il numero di casi affiorati finora non sia che la punta dell’iceberg di un’epidemia che si è diffusa silenziosamente almeno per un paio di mesi. Ma come andrà a finire? Un esordio con un così alto numero di casi getta le premesse per un’epidemia altrettanto estesa? Ci si chiede: l’attuale epidemia di Ebola diventerà la peggiore mai affrontata finora?
Partenza in salita
Il virus Bundibugyo, responsabile dell’attuale epidemia, ha accumulato un grande vantaggio iniziale perché si è diffuso per settimane senza dare nell’occhio, mimetizzandosi tra le varie zoonosi o infezioni di altra natura che interessano l’Africa




