C’è una tempesta sui mercati obbligazionari mondiali. I rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni hanno toccato il 5,34%, il massimo dal 2002. Nel terzo trimestre il loro aumento è stato il più forte dal 1994. La Francia paga ormai quasi il 5% sul suo debito decennale. Anche Italia, Gran Bretagna e Giappone hanno subito forti rialzi. È un fenomeno globale. Ma le cause non sono identiche dappertutto e soprattutto non si possono ridurre alla guerra in Iran. Il petrolio è stato solo l’innesco. Sotto c’era già molta legna secca.
La prima spiegazione della tempesta è l’energia, il cui rincaro genera inflazione, che a sua volta spinge al rialzo i tassi d’interesse: perché in periodi d’inflazione chi ha capitali da prestare vuol essere tutelato dalla perdita di valore dei suoi soldi. Ma il ritorno delle petroliere nello Stretto di Hormuz (80% dei livelli prebellici) avrebbe dovuto far scendere il prezzo del greggio. È accaduto solo in parte. Il barile di petrolio Brent è tornato sopra i 100 dollari, anche se oggi ha ripiegato sotto quella soglia dopo le notizie su un possibile nuovo utilizzo delle riserve strategiche.
Il problema più grave si è spostato dal petrolio




