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Cos’ha fatto Netanyahu il giorno della strage del 7 ottobre: tre ore per arrivare al quartier generale e nessuna chiamata ai vertici militari. La ricostruzione minuto per minuto

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di Francesco Battistini

Il premier di Israele si è sempre difeso scaricando le colpe sui generali e sullo Shin Bet: «Nessuno mi ha svegliato». Ecco le incongruenze su quella mattina e le testimonianze

DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – Era finita la Festa delle Capanne ed era appena cominciato lo shabbat. Nella sua villa di Cesarea, sul mare, i camerieri filippini avevano già messo via il fascio delle preghiere intrecciato con le foglie della palma, del cedro, del mirto e del salice e Benjamin Netanyahu era andato a letto, un po’ più tardi del solito: si racconta che il primo ministro israeliano, come il manzoniano principe di Condé, dormì profondamente quella notte avanti la strage del 7 ottobre

Non era molto affaticato e, come il Condé, non aveva dato alcuna disposizione per la mattina, perché non era rimasto granché turbato della telefonata dell’emiro Mohammad Bin Zayed, che dieci giorni prima l’aveva avvertito d’un possibile attacco di Hamas. Bibi non poteva immaginarlo, che stava per cominciare (parole sue) «la lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre». Il giorno più difficile nei suoi trent’anni di carriera politica. È su quel che fece il premier quella mattina

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