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Con la morte di Milo ho perso un figlio. Anche il lutto per i nostri animali va vissuto, aggiustato e superato

di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

Il «kintsugi dell’anima», l’arte di riparare e dare valore anche alle ferite: il bisogno di superare l’assenza è il cuore della nuova edizione del «Premio Milo»

«Milo, la primavera è arrivata, ma tu non ci sei» scrivevo nel mio diario a maggio del 2024. Quel maggio, Milo, il mio gattino nato con una disabilità neurologica che gli impediva di correre e saltare, protagonista delle mie favole bestseller sulla diversità e il coraggio, avrebbe compiuto undici anni. Non ci è mai arrivato: se n’è andato un mese prima, dopo una breve malattia, a poche settimane di distanza da mio padre. «Questo è quello che significano due lutti così ravvicinati» scrivevo ancora quell’estate: «Non ho la forza di piangere mio padre, sono troppo impegnata a piangere mio figlio».

Milo era mio figlio. Non avrebbe potuto esserlo di più se l’avessi fatto io. Per dieci anni, nove mesi e tre settimane abbiamo vissuto in simbiosi. Quando era piccolo, per via della sua mancanza di coordinazione, Milo cadeva e si feriva sempre. Ma non si arrendeva mai. «Mamma, non ti preoccupare» sembrava che dicesse. «Se mi rompo, mi riattacco». Così, dopo che è morto, ho provato a

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