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«Che ci faccio qui», l’empatia misurata di Iannacone è un esempio di tv civile

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di Aldo Grasso

L’ultima puntata esplora il modo in cui alcune esistenze affrontano l’ultimo tratto di strada

Esiste ancora una tv capace di abitare la sensibilità. « Quel che resta dei giorni», prima puntata della nuova stagione di «Che ci faccio qui», l’approfondimento di Domenico Iannacone, esplora il modo in cui alcune esistenze affrontano l’ultimo tratto della propria strada. Nello specifico, il giornalista varca la soglia dell’Hospice «Madre Teresa di Calcutta» di Larino, in Molise, guidato dal dottor Mariano Flocco (un medico straordinario). In questo luogo, la terapia del dolore assume una duplice valenza, clinica ed etica: impedire che la sofferenza annulli l’identità della persona nella fase terminale della malattia.

Si tratta di vicende umane talmente dense che si teme quasi di raccontarle, per il rischio che una parola fuori posto ne comprometta la purezza di sentimenti e impressioni. Sono storie che esigono semplicemente di essere guardate (Rai3 e RaiPlay). In questa sede ci si può limitare a evidenziare la straordinaria delicatezza con cui viene trattato il tema. Ancora una volta, Iannacone accosta le realtà più ruvide «a ciglio asciutto», spogliando la narrazione di ogni retorica, moralismo o protagonismo autoriale. La sua cifra distintiva risiede in un’empatia

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