
Trevor Belmont lascia la frusta nelle mani della figlia Rose, come l’etichetta giapponese ha fatto con un nuovo sviluppatore
Paolo Sirio
13 ottobre – 09:00 – MILANO
“Il ritorno del re” e altre standing ovation si sprecano ultimamente, da quando Konami ha smesso di occuparsi (solo) di slot machine e ha ripreso a sfornare, spesso in collaborazione con altre etichette, videogiochi su videogiochi. L’accostamento a re, e regine, stavolta non cade sprecato. Castlevania: Belmont’s Curse riaccende la luce su una delle serie cardine del gaming, una che, non a caso, ha dato almeno metà del nome al genere dei metroidvania.
L’altra metà dei “metroidvania”—
Della leggendaria saga, che per qualche anno ha vissuto una strana vita parallela e indipendente da serie animata su Netflix, Castlevania: Belmont’s Curse eredita in primis la costruzione degli ambienti. La mappa è piena di strutture e strettoie, alti e bassi, cunicoli segreti, muri insormontabili o presunti tali. Costruiti e alternati al millimetro perché il giocatore ci passi o forse no, o magari più tardi, al prossimo potere che sbloccherà. Il backtracking, il requisito cioè di tornare frequentemente sui propri passi una volta




