di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Tra austerità, lotte interne e salari in calo, il presidente argentino difende i successi economici e attacca i media, mentre cresce il disagio sociale
Per mesi Javier Milei è sembrato politicamente intoccabile. Il presidente argentino appariva come il simbolo globale di una nuova destra ultraliberista capace di fare ciò che per decenni nessuno era riuscito a fare in Argentina: tagliare brutalmente la spesa pubblica, frenare l’inflazione e mantenere al tempo stesso consenso politico. Ora però qualcosa sta cambiando.
Non perché il progetto economico sia improvvisamente collassato. I numeri macroeconomici continuano – in parte – a sostenere il presidente argentino. L’inflazione rallenta, il deficit resta sotto controllo e i mercati finanziari continuano a guardare con favore all’esperimento libertario di Buenos Aires. Il rischio Paese è sceso sensibilmente negli ultimi mesi e il governo sogna il ritorno pieno dell’Argentina ai mercati internazionali del debito.
Il problema è che mentre gli indicatori finanziari migliorano, la società argentina comincia a mostrare segni evidenti di stanchezza.
La distanza tra i numeri e la vita reale
Ed è qui che emerge il primo grande paradosso del mileismo: l’economia si stabilizza, ma il consenso si incrina. L’effetto più




