
di Gian Mario Benzing
L’idea del regista Paul Curran di trasporre l’opera al Moulin Rouge, finisce poi subito lì
Nella nuova Traviata all’Arena di Verona, in scena fino al 12 settembre, l’idea del regista Paul Curran, trasporla al Moulin Rouge, finisce poi subito lì, tra lucine, can-can, torri monumentali, generando più affollamenti che dinamiche narrative (le poche, non eccelse: forse neanche al Moulin Rouge Flora avrebbe gettato a terra e preso a calci il Marchese come una teppista).
Il resto è statico di natura, qui accentuato dal granitico Yussif Eyvazov (Alfredo) e da Amartuvshin Enkhbat, marmoreo Germont. Tutt’altro la direzione di Michele Spotti, pronto ad alternare rigore, tensione e accorate fluidità in un’orchestra soavissima.
Più che la grandeur, vince la finesse: ogni lode va a Martina Russomanno, Violetta indimenticabile. Recita ogni parola, plasma ogni arcata, cambia suono, si trasforma, da una fierezza analitica a un vibrato-sfibrato che commuove (a chi scrive, ricorda la Ricciarelli del ‘79).
Con l’intimità dei suoi acuti sfumati, lei sì «riempie» l’immensità degli spazi e del dolore.
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14 giugno 2026
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