
L’attualità della tregedia di Sofocle (in scena fino al 6 giugno al teatro greco). Il filosofo Bonazzi: «Che fare con chi la pensa diversamente?». La prof Rubino: «Successo incredibile: è sold out»
Il colombo vola via dagli alberi dietro al grande palcoscenico in una sera tersa di inizio maggio al teatro greco di Siracusa. Qua – se uno ha voglia e tempo di cercare – può trovare le radici della nostra civiltà, della nostra anima. Lo hanno fatto impaurire gli spari delle armi che risuonano nel silenzio. Sono i colpi della guerra civile nella città di Tebe. Dal volo e dal canto degli uccelli gli antichi indovini interpretavano il futuro.
E’ la prima di «Antigone», capolavoro della tragedia greca scritto da Sofocle qualcosa come 2500 anni fa e che ancora ci interroga (senza darci soluzioni) sulla natura del potere, sulla democrazia e su chi si debba seguire tra la legge e la coscienza.
Perché i problemi degli uomini, come dice il regista canadese Robert Carsen, sembrano cambiati di poco, anzi in realtà sembrano sempre gli stessi: «Antigone è e sarà sempre attuale perché i conflitti sono purtroppo eterni. C’è Creonte (il re di Tebe, ndr) che ha preso il potere, che impone




