
Non necessariamente le migliori, le più veloci o le più vendute. Sono le moto che hanno lasciato un segno perché hanno provato qualcosa di nuovo, spesso senza sapere se quella strada avrebbe avuto un futuro. In quegli anni i costruttori osavano: alcune idee sono diventate standard, altre sono rimaste magnifici vicoli ciechi. Ma quasi tutte raccontano un periodo nel quale sperimentare era ancora considerato un valore
Valerio Boni
16 agosto – 11:43 – MILANO
Gli anni Ottanta sono stati probabilmente uno dei periodi più creativi nella storia della moto, dopo quelli eroici del pionieri. Le case cercavano contemporaneamente potenza, leggerezza, aerodinamica, le prime applicazioni di elettronica, nuovi schemi di motore e perfino nuovi modi di intendere la moto. Era un mercato in forte evoluzione, nel quale le categorie erano ancora molto meno rigide di oggi e un costruttore poteva permettersi di sorprendere con un progetto difficilmente classificabile. Non tutte le soluzioni si sono dimostrate vincenti: turbo, cinque valvole per cilindro, motori disposti in modo inconsueto, carenature estreme e architetture sempre più complicate hanno talvolta avuto vita breve. Ma proprio questa libertà di sperimentare rende quelle moto ancora




