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Ambiguità trasversali sulla riforma elettorale

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di Massimo Franco

Per quanto esista un giudizio condiviso in negativo sulla legge attuale, a prevalere è un tatticismo che confonde le acque sull’esito finale

In apparenza il percorso è segnato. La maggioranza andrà avanti anche da sola pur di approvare la riforma elettorale, nonostante qualche resistenza tra gli alleati. E le opposizioni faranno di tutto perché la coalizione appaia autoritaria e sia accusata di forzare le norme democratiche: sebbene anche al suo interno ci sia chi in realtà non è così contrario al progetto del governo di Giorgia Meloni. In questa fase punteggiata da non detti e destinata ad acuire lo scontro politico, ad aumentare sono soprattutto confusione e perplessità.

Per quanto esista un giudizio condiviso in negativo sulla legge attuale, a prevalere è un tatticismo che confonde le acque sull’esito finale. E, mentre a Palazzo Chigi la convinzione è che le norme saranno approvate, ed eventuali obiezioni della Consulta arriveranno semmai dopo il voto, circolano anche ipotesi meno perentorie. Se non una frenata, una riflessione. Si ricorda il caso del senatore Felice Besostri, che si rivolse alla Corte nel 2005 e nel 2015, bloccando prima il cosiddetto «Porcellum» e poi l’«Italicum».

La prospettiva

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