
di Chiara Barison
Lo scrittore bosniaco: «Mladic sarà celebrato ancora a lungo. I ragazzi di oggi vorrei che immaginassero cosa significava aspettare in fila per essere fucilati alla schiena solo per avere il nome “sbagliato”»
Aleksandar Hemon nasce a Sarajevo nel 1964, in una famiglia dove convivevano l’allora Jugoslavia socialista e una più lontana memoria ucraina, quella del bisnonno paterno. Il 27 gennaio di 34 anni fa atterrava negli Stati Uniti per quello che avrebbe dovuto essere un breve soggiorno, ma la guerra ha cambiato la geografia della sua vita: Sarajevo viene assediata e per Hemon il ritorno diventa impossibile. A Chicago comincia così un esilio lungo 8 anni, mentre il bosniaco della sua giovinezza lascia spazio all’inglese, che diventerà anche la lingua della sua letteratura. Da quella distanza nascono i suoi libri: storie di guerra, memoria e appartenenza, scritte con la lucidità di chi ha imparato a chiamare casa più di un luogo.
Cosa pensa degli annunci secondo cui Ratko Mladic sarà sepolto con onori di Stato e militari?
«Lo scopro ora, ma non ne sono affatto sorpreso. La Republika Srpska — la parte della Bosnia post accordi di Dayton controllata dai serbi — è nata




