
di Antonio Polito
La lotta politica all’interno dei partiti è sempre un elemento di vitalità democratica. Invece noi commentatori, un po’ succubi dello spirito del tempo e forse dimentichi che l’articolazione interna fece a lungo la fortuna della Dc, la irridiamo come se fosse prova di una scarsa leadership. Della mancanza di un uomo solo (o di una donna sola) al comando. Fonte di scherno è soprattutto lo scontro nel Pd, che pure è rimasta l’unica forza politica italiana che accetti ancora il nome di «partito» e l’aggettivo «democratico». E dunque un po’ di dibattito interno se lo deve per forza consentire, perfino mentre proroga senza congresso la segretaria di turno, seguendo una prassi che deroga alle regole dello Statuto.
Chiara però è la materia del contendere. Che non riguarda tanto la linea del partito, sulla quale nel Pd a parole sono tutti d’accordo, ma piuttosto l’alleanza con i Cinquestelle, da raggiungere a tutti i costi per la maggioranza ma non a tutti i costi per la minoranza dei «riformisti». Altrettanto chiaro è l’oggetto dello scontro interno alla Lega, davvero molto duro. La leadership di Salvini ha portato quel partito lontano dalle sue origini di «sindacato del




