
di Paolo Mereghetti
Un regista che ha finito per seppellire sotto un noiosissimo catalogo di immagini ginecologiche le ambizioni che invece non ce lo faranno dimenticare
Se c’è un regista che ha fatto di tutto per sminuirsi, gettare al vento il suo talento e offrire spesso la parte «peggiore» di sé, quello è stato Tinto Brass. Sembrava che provasse un piacere sottile ad accreditare l’immagine di un gaudente senza regole, interessato solo al sesso più facile e mercificato. Raccontando come era stata la sua giovinezza, ci teneva a ricordare il numero esatta dei casini della Venezia dove era cresciuto (trentatré «e li frequentavo assiduamente») oppure ribadendo che aveva lasciato l’università di Padova per quella di Ferrara (per laurearsi in giurisprudenza) perché nella città emiliana c’erano più case chiuse. All’inizio queste dichiarazioni potevano spiegarsi con il gusto anarcoide della provocazione antiborghese (molto presente nei suoi primi film) ma con il passare degli anni e qualche passo falso professionale di troppo si erano trasformate in una specie di fissazione. Senile e noiosa. E che aveva finito per cancellare tutto il resto.
Cosicché, negli ultimi anni, Tinto Brass era diventato la parodia di se stesso, ridotto a qualche epitome fintamente




