
di Davide Frattini
La commissione elettorale di Israele: «Voto valido». L’opposizione a Netanyahu: «Il premier non ha sostegno per i raid»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – I tempi non tornano. Donald Trump annuncia che gli bastano dieci minuti. Gli ayatollah rispondono che la guerra sarà lunga. Benjamin Netanyahu teme che non lo sia abbastanza.
Le lancette dell’incertezza e dell’ansia battono in sincrono solo sulla data: da domani in avanti gli abitanti della regione devono cominciare a preoccuparsi. O a preoccuparsi ancora di più, perché da quando il presidente americano ha dichiarato il cessate il fuoco agli inizi di aprile le battaglie non sono terminate ma andate avanti a intensità variabile.
Dopo le elezioni di martedì negli Stati Uniti per rinnovare la Camera e un terzo del Senato: questa è la deadline passata dagli americani ai regnanti e ai diplomatici nel Golfo per un eventuale decollo dei bombardieri. Il termine nacque durante la Guerra Civile e indicava la linea della morte tracciata per terra a delimitare il campo dei prigionieri, oltre si rischiava un colpo dalle sentinelle. Oltre si rischia di tornare al conflitto aperto e totale in Medio Oriente. È quello che vuole Netanyahu, ha addirittura




