
di Greta Privitera
Il Paese è diviso. Secondo gli exit poll il blocco guidato da Eisenkot ottiene più seggi però ha bisogno delle liste arabe. Nonostante il calo dei consensi Netanyahu rivendica l’incarico per il governo
DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – A guardare le file davanti alle scuole, agli aeroporti affollati di israeliani tornati dall’estero per votare, e a sentire la paura di Benjamin Netanyahu rimbalzare di post in post, sembra che quel 77,7 per cento di affluenza, un record, annunci qualcosa. Se non una rivoluzione, almeno un Paese in cerca di cambiamento.
Alle ventidue i seggi chiudono, le televisioni accendono i grafici degli exit poll, e sugli schermi riappare una mappa conosciuta, un Israele diviso in due metà che si fronteggiano senza riuscire a superarsi. Per mesi i sondaggi avevano dato in testa Yashar, il nuovo partito centrista di Gadi Eisenkot, leader dell’opposizione. Invece, secondo Kan, Canale 12 e Canale 13, il primo partito resta il Likud, con 24-25 seggi, sette o otto in meno di quattro anni fa, mentre Yashar si ferma a 21-23.
Insieme, l’alleanza fra Naftali Bennett e Yair Lapid, ne prende 12-14, i Democratici di Yair Golan salgono a 9-10.




