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Lega, una fronda che preoccupa ma non prelude a una rottura

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di Massimo Franco

Il dubbio che certe uscite di Salvini nascano dalla frustrazione di una Lega in difficoltà non si cancella facilmente

Il «grazie» che Matteo Salvini ha mandato alla premier Giorgia Meloni dopo i complimenti per la rielezione a segretario della Lega dovrebbero essere un segnale distensivo. Forse, quando il ministro e vicepremier parlava ai suoi avvertendo che voterà no al prossimo Consiglio dei ministri sia all’invio di armi sia ai soldi all’Ucraina sapeva di esagerare. E l’altolà arrivatogli riservatamente da Palazzo Chigi gli ha fatto capire che doveva abbassare i toni. I suoi dubbi amletici sulla politica estera sono tuttavia una spina. Ma più che dolore, crea sempre più imbarazzo.

Il dubbio che certe uscite nascano dalla frustrazione di una Lega in difficoltà non si cancella facilmente. Si tratti del contributo «di solidarietà» preteso dal sistema bancario; o del «no» all’anticipo delle elezioni; o delle promesse velleitarie e sempre smentite di un abbassamento dell’età pensionabile: sono altrettante variabili di una leadership che minaccia lo strappo sperando così di poter trattare meglio con gli alleati in vista del voto politico. Salvini rimane capo della Lega, ma non più assoluto. E dunque deve sottolineare agli occhi del

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