
di Stefano Landi
Il capolavoro (e il suo dilemma) resiste alla storia. E torna al cinema fino a domani in versione restaurata
Ovvio, bisogna partire da quella scena lì. Ci sono Mark e Spud che corrono come pazzi senza manco averne le forze. Le casse di Lust For Life sono balsamo per le caviglie. Trent’anni fa usciva nelle sale il film icona degli anni Novanta. Disagio, euforia, mancanza d’aria. Quintali di droga e quasi 80 milioni di dollari di incassi. Tutti almeno una volta nella vita hanno visto Trainspotting e quasi nessuno ne è uscito con la stessa impressione. «Scegliete la vita, un lavoro, il maxi-televisore del cazzo, il colesterolo basso, un mutuo a interessi fissi». Il monologo più monologo di tutti. La risposta di Mark Renton fu non scegliere e farsi bastare l’eroina. Fino alla presa di coscienza, la controfuga all’indietro. «L’auto lavata, il Natale in famiglia, l’orario d’ufficio». La vita, suo malgrado. Le note di Born Slippy inviano quella cartolina nell’archivio degli anni ’90.
Ma perché un film sgangherato e low budget (il pub della rissa di Begbie fu affittato trattando sulla base di 700 sterline), montato un po’ come fosse un videoclip su Mtv,




