
di Tommaso Labate
Il leader dei Libdem: Renzi era una volta un leader, non un santone che vuol sentirsi sempre dire sì
«Sono sempre rimasto dov’ero», scandisce recitando il mantra di tutti i liberal-riformisti di antico e nuovo conio, convinti qualche volta in buona fede (altre volte meno) che nel mondo che si muove all’impazzata siano sempre gli altri a spostarsi e mai loro. E lo ripete anche adesso che, in una conversazione di qualche giorno fa col Foglio, ha adombrato l’ipotesi di potersi alleare nientemeno che col centrodestra, conferendo quindi a Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini) la dote di quello zero-virgola («Ma siamo già oltre l’un percento») che i sondaggisti accreditano oggi al suo Partito liberaldemocratico e che potrebbe essere decisivo alle prossime elezioni.
C’è stata un’epoca, neanche lontanissima, in cui Luigi Marattin, classe 1979, era il più renziano dei renziani, forse più dello stesso Matteo Renzi. Gli ex amici e colleghi pensano di lui quello che il senatore di Italia viva Francesco Bonifazi ha scritto l’altro giorno sui social, e cioè che «Marattin va dove lo porta il seggio, lo ha sempre fatto, sempre lo farà». Lui ricambia con una scrollata di spalle («Bonifazi




